Miti e realtà dell’osteoporosi. Intervista a Davide Gatti

Pubblicato il 11 Marzo 2015
Miti e realtà dell’osteoporosi. Intervista a Davide Gatti

Professore Associato di Reumatologia – Università di Verona

Due guardie per una ladra. Si potrebbe sintetizzare così l’approccio terapeutico ‘due in uno’ per combattere l’osteoporosi, la ‘ladra di ossa’ per eccellenza. Le guardie sono il principio attivo e la vitamina D, che lavorando in stretta sinergia in un’unica assunzione settimanale, consentono una gestione della malattia più semplice ed efficace. La terapia con alendronato/colecalciferolo è una delle strategie terapeutiche a disposizione del medico per combattere l’osteoporosi. Grazie alla formula due in uno è tra quelle che più si avvicinano alle esigenze della paziente che chiede alla terapia dell’osteoporosi di essere efficace e ‘facile’.

Altrimenti, il rischio di abbandono è molto alto. Sì, perché il paradosso è enorme: le terapie ci sono e funzionano. Eppure sono poche le donne che vengono trattate nonostante ci siano le indicazioni. E sono ancora meno quelle che portano avanti la terapia in modo adeguato. Un paradosso che si traduce in fratture, in invalidità, in mortalità.

Dell’importanza della terapia dell’osteoporosi e del suo paradosso ne parliamo con Davide Gatti, Professore Associato di Reumatologia Università di Verona, in occasione della presentazione di una campagna educazionale rivolta ai pazienti voluta dalla Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) insieme alla Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro (FEDIOS) e resa possibile grazie al contributo non condizionante di MSD Italia.

Perché le donna con osteoporosi devono fare la terapia?
Perché è l’unica chance che hanno per non andare incontro a fratture, per tenere sotto controllo il rischio di ri-frattura se già fratturate, e per non relegarsi ad una condizione di vita seriamente compromessa. Dovrebbe bastare questo per convincerle e invece solo il 12% delle donne fratturate è trattato.

E’ solo una questione di mancanza di consapevolezza?
Credo che sia un problema innanzitutto culturale. Le donne sono convinte che l’osteoporosi provochi dolore. E sbagliano. Perché il dolore non è un sintomo dell’osteoporosi. Così la donna inizia la terapia, non vede diminuire il dolore – magari si tratta di un problema articolare – e quindi scoraggiata abbandona. Oppure dopo qualche mese non avendo alcun sintomo – perché le fratture sono l’unico sintomo evidente!- pensa che si tratti di una cura inutile e lascia perdere. Dimentica che la terapia riduce del 50 per cento il rischio di fratture.
Alcune donne, soprattutto quelle più anziane, si lamentano perché hanno già tanti farmaci da prendere per altre patologie croniche e non vogliono pensare anche all’osteoporosi, ritenuta meno importante.

Sbagliano due volte. La prima pensando che l’osteoporosi sia una malattia da poco conto – non diranno la stessa cosa dopo la prima frattura vertebrale o di femore – la seconda pensando che questa terapia sia un pensiero da aggiungere agli altri. C’è la possibilità di prendere una sola compressa una sola volta la settimana. Un solo gesto per introdurre sia il farmaco sia la giusta quantità di vitamina D necessaria per renderlo efficace.
I dati dell’AIFA sul consumo delle terapie per l’osteoporosi in Italia ci rivelano che solo il 24 per cento delle donne fratturate o ad alto rischio segue una terapia. Loro l’abbandonano ma i medici non la prescrivono.

E’ un paradosso tutto italiano. Il nostro Paese, tra l’altro, è all’avanguardia dal punto di vista della legislazione in quanto la Nota 79 regola in modo molto chiaro quali sono le pazienti che devono – attenzione devono e non possono – essere trattate. Quali sono i soggetti ad alto rischio. E’ quindi incomprensibile il perché a tutti questi soggetti non venga prescritta la terapia. Quando non trattiamo un paziente che ha avuto una frattura da fragilità ossea è come se non trattassimo un paziente che ha avuto un infarto: è destinato ad andare incontro ad un nuovo episodio. A questo si aggiunge errore ad errore quando la donna abbandona la cura. Una paziente che ha avuto la fortuna di aver ricevuto tempestivamente la diagnosi di osteoporosi ed ha avuto la fortuna di aver incontrato un medico che ha capito l’importanza della terapia non può e non deve abbandonare. Perché la terapia funziona solo se presa correttamente.

Qual è il valore aggiunto di una terapia ‘due in uno’ ?
Prima ancora della comodità c’è quello della sicurezza di assumere la dose minima di vitamina D necessaria affinché il farmaco funzioni correttamente. Serve una determinata quota minima di vitamina D al farmaco, è come un detonatore che accende la miccia.

Chi deve essere trattato?
Tutti i soggetti indicati nella nota 79. Per esempio chi ha già subito una frattura da fragilità ossea delle vertebre o del femore, chi segue una cura con cortisonici, le donne in menopausa con una densitometria molto bassa e fattori di rischio elevati, ecc.

Cresce l’idea che basti prendere un po’ di vitamina D o uno yogurt per curare l’osteoporosi. E’ giusto?
No. Calcio e vitamina D sono fondamentali per la costruzione prima e la salvaguardia poi della massa ossea. Fondamentali per evitare che il nostro organismo vada a prendere dalle ossa- rendendole quindi più fragili – il calcio che gli occorre per molte delle sue attività. Ma nel caso in cui – per motivi diversi- il danno si è verificato e l’osteoporosi è insorta l’unica strada per intervenire è quella farmacologica. Basti pensare che le prove di efficacia del farmaco ‘due in uno’ sono state fatte mettendo a confronto farmaco+ vitamina D contro placebo + vitamina D. Segno che a fare la differenza è proprio il principio attivo e non la vitamina D.

Qual è il pregiudizio più difficile da sconfiggere nei confronti della terapia per l’osteoporosi?
Che si tratti più di un business che di un trattamento efficace. E più che un pregiudizio è proprio un paradosso. Perché l’osteoporosi è stata la prima malattia nella quale l’efficacia del farmaco è stata provata dall’evidenza. Ha aperto una strada, ha fatto storia. Eppure sembra che in molti l’abbiano dimenticato.

Cosa le piacerebbe che cambiasse in Italia?

Vorrei che i medici fossero più sensibili al problema, rendendo le donne più consapevoli e che le Istituzioni prendessero in considerazione il trattamento non solo come prevenzione secondaria.




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