Osteoporosi, conoscerla per vincerla. Intervista a Patrizia Ercoli

Pubblicato il 11 Marzo 2015
Osteoporosi, conoscerla per vincerla. Intervista a Patrizia Ercoli

Presidente della Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro (FEDIOS)

Silenziosa, subdola, cinica, spietata: è questo l’identikit della ‘ladra di ossa’ che ruba la qualità di vita alle donne, ma anche agli uomini. Che se non fermata rischia di portare via non solo vita agli anni ma anche anni alla vita. Una ladra che il più delle volte agisce indisturbata, senza che le donne facciano nulla per fermarla. Tutta colpa della mancanza di consapevolezza del problema, con il rischio che le donne senza rendersene conto si trasformino in ‘complici’.

Ed è proprio per aumentare la coscienza delle donne, e della Società intera, sull’osteoporosi che la Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro (FEDIOS) insieme alla Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) ha realizzato una campagna informativa rivolta ai pazienti ma anche ai Media. Una campagna resa possibile grazie al contributo non condizionante di MSD Italia.

Della campagna e della situazione dell’osteoporosi nel nostro Paese ne parliamo con Patrizia Ercoli, presidente Fedios in occasione di un incontro stampa a Roma.

Le donne la considerano un inevitabile ‘acciacco’ dell’età. La Società, in genere, pensa che l’osteoporosi sia una banale malattia della vecchiaia. E invece potrebbe essere l’anticamera della non autosufficienza.
In molti credono che l’osteoporosi sia, alla fine, solo ‘un po’ di osso in meno’ non rendendosi conto che la diminuita massa ossea può comportare fragilità ossea e questa è tutta un’altra storia. Un problema che non è ‘solo’ delle donne – e non mi riferisco al fatto che l’osteoporosi colpisce anche gli uomini – ma di un intero nucleo familiare, perché è indiscutibile che se si ferma una donna si ferma un’intera famiglia. Una donna fratturata è una donna che non si può prendere cura della casa, dei figli, dei nipoti, di se stessa. Una donna con fragilità ossea non può sollevare una busta della spesa, prendere in braccio un nipotino o giocare con lui. E se gli anni non sono poi così tanti – perché l’osteoporosi può colpire anche una cinquantenne – significa non potersi prendere cura di sé, andare al lavoro, fare sport o le attività preferite. Per non parlare del fatto che chi sopravvive alla frattura di femore, dopo il primo anno, spesso perde l’indipendenza: il 40% non riesce più a camminare autonomamente, e il 60% richiede l’assistenza l’anno successivo. Nell’anno seguente una frattura di femore, il 33% è totalmente dipendente da altri ed è costretto ad entrare in una casa di riposo1 Eppure alle donne mette più paura il carcinoma alla mammella – che oggi è possibile trattare con esito molto positivo- che la mortalità da osteoporosi. Quindi non è ‘ solo un po’ di osso in meno’, l’osteoporosi è una malattia con conseguenze serie e invalidanti.

I dati Aifa parlano chiaro: le donne non si curano. Nemmeno quelle che hanno già subito una frattura e quindi sono molto più che ‘a rischio’. Eppure le terapie ci sono e sono efficaci. Perché c’è questa situazione?
I protagonisti in questa storia sono due: le donne e i medici. Iniziamo dalle donne. C’è quella che è a rischio osteoporosi ma non lo sa e quella che fa finta di nulla. Magari non si è ancora fratturata e, quindi, in assenza di sintomi si sente al riparo da possibili conseguenze. E poi c’è quella che ha subito una frattura vertebrale o del polso, l’ha vissuta come un evento superato e quindi continua a sottovalutare il problema. Molte di loro non vengono proprio trattate, altre abbandonano la terapia o la seguono in modo discontinuo. Quelle che abbandonano non si accorgono di dare un calcio alla fortuna: perché il destino gli ha fatto incontrare un medico lungimirante che ha saputo, e voluto proteggerle. E così, senza rendersene conto si trasformano in complici della malattia lasciando che agisca indisturbata.

E poi ci sono i medici.
Una premessa è d’obbligo. Non voglio generalizzare. Ma sono tanti, troppi i medici di medicina generale e gli specialisti che sottovalutano il problema osteoporosi. La terapia perché sia efficace deve essere a medio e a lungo termine. E questo indipendentemente dalla valutazione dei costi. Spesso i medici di medicina generale hanno difficoltà ad applicare la nota 79 perché sono costretti a dover rispettare dei limiti di budget. E devono preferire terapie ”salvavita”. Ma qui non si può fare una graduatoria del ‘male minore’. Perché alla fine le pazienti con osteoporosi, magari già fratturare, rischiano di diventare delle pazienti di serie B destinate ad una vita da invalide.

La nota 79 è dunque al servizio delle donne.
Certamente. Perché la prima indicazione è proprio quella di dare il farmaco gratuitamente alle donne che hanno già avuto una o più fratture. Quindi donne che già hanno la malattia e che hanno un rischio elevato di andare incontro a nuove fratture. Ma noi come Fedios vorremmo di più: vorremmo che donne, uomini e medici fossero sempre più sensibilizzati, Perché la ‘ladra di ossa’ si può e si deve fermare prima che il danno sia irrecuperabile.




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