Vitamina D in era di COVID-19: Dichiarazione di 6 Società Scientifiche Internazionali

Pubblicato il 13 Luglio 2020
Vitamina D in era di COVID-19: Dichiarazione di 6 Società Scientifiche Internazionali

Sei Società Scientifiche Internazionali (American Society for Bone and Mineral Research, Endocrine Society, American Association of Clinical Endocrinologists, European Calcified Tissue Society, National Osteoporosis Foundation e la International Osteoporosis Foundation) con un documento comune hanno sottolineato l’importanza di garantire il fabbisogno giornaliero di vitamina D, soprattutto in considerazione dell’impatto della pandemia COVID-19 sul tempo trascorso all’aperto.

STATEMENT DELLE 6 SOCIETA’ SCIENTIFICHE

Viene riconosciuto innanzitutto che le evidenze scientifiche supportano chiaramente il ruolo della vitamina D (in combinazione con l’assunzione di calcio) nella costruzione di uno scheletro forte e nella prevenzione della perdita di massa ossea. Viene poi ricordato che una delle principali fonti di vitamina D è l’esposizione solare per 15-30 minuti al giorno, avendo cura di evitare le scottature.

Per coloro che non sono in grado quotidianamente di esporsi al sole per almeno questo breve tempo, magari in conseguenza di misure legate alla pandemia che talora limitano l’attività all’aperto, il modo più semplice per soddisfare il fabbisogno di vitamina D è il ricorso ad alimenti ricchi o integrati con vitamina D e/o a supplementi di vitamina D. La dichiarazione congiunta sottolinea che “la vitamina D è sicura se assunta a dosaggi ragionevoli ed è importante per la salute dell’apparato muscoloscheletrico. In particolare negli adulti si raccomandano dosi variabili a seconda dell’età e del sesso tra le 400-1000 UI al giorno per mantenere i livelli di vitamina D all’interno del range ottimale, come raccomandato dalle linee guida dell’Istituto di Medicina degli Stati Uniti”.

Il documento si esprime anche sul dibattito in corso circa la relazione tra stato vitaminico D ed infezione da COVID-19. Si conviene che nonostante studi epidemiologici osservazionali abbiano suggerito associazioni tra bassi livelli sierici di 25OHD ed aumento nell’incidenza di infezioni da COVID-19, queste sono probabilmente legate all’etnia, all’età ed alle condizioni generali di salute piuttosto che a una relazione causale. Ad oggi, non sono disponibili i risultati di studi clinici che abbiano l’obiettivo specifico di valutare gli effetti della supplementazione con vitamina D sulla prevenzione della malattia COVID-19. “Attualmente non vi è alcuna evidenza scientifica che documenti che la vitamina D possa contribuire a prevenire o trattare l’infezione da COVID-19, ma ciò non preclude ulteriori studi sui potenziali effetti della vitamina D su COVID-19″, dice la dichiarazione congiunta. Anzi poiché le ricerche disponibili suggeriscono che la vitamina D possa giocare un ruolo nel migliorare la risposta immunitaria, tutte le Società Scientifiche concordano sul fatto che sono giustificate ulteriori ricerche sugli effetti della supplementazione con vitamina D nella malattia COVID-19.

“Credo non si possa che concordare con tali affermazioni – afferma il Presidente SIOMMMS – ricordando tuttavia che negli anziani, oltre ai rischi di un’eccessiva esposizione solare, è nota una ridotta capacità della cute di sintetizzare vitamina D, per cui si deve spesso ricorrere a supplementi e che le dosi necessarie potrebbero essere maggiori in presenza di comorbilità o di particolari condizioni di rischio di carenza. Considerata la plausibilità biologica il Presidente ritiene anche sia saggio affermare che allo stato attuale delle conoscenze, se da una parte non si può sostenere che la correzione di un deficit di vitamina D possa contribuire a difenderci dall’infezione da COVID-19, ciò non si possa d’altra parte neppure escludere con certezza.”




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