Una campagna informativa per conoscere meglio l’osteoporosi. Intervista a Giancarlo Isaia

Pubblicato il 11 Marzo 2015
Una campagna informativa per conoscere meglio l’osteoporosi. Intervista a Giancarlo Isaia

Presidente della Società Itaiiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS)
Direttore di “Geriatria e Malattie Metaboliche dell’osso” Ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino

E’ furba, silenziosa, subdola. Una ladra che agisce con destrezza, senza che il soggetto che ha preso di mira se ne renda conto fino a quando il ‘bottino’ non è così consistente da non aver lasciato quasi più nulla. E’ l’osteoporosi, nemica delle donne, ‘ladra di ossa’ capace di incidere profondamente nella qualità di vita. Una malattia che si può prevenire e si può combattere. Anzi, che le donne devono prevenire se non vogliono una vecchiaia fragile. Che devono combattere se non vogliono andare incontro a fratture e disabilità. Tutto sta a prenderne coscienza, prevenire il ‘furto’ e, al momento opportuno, chiedere aiuto alle terapie che, ci sono, e funzionano purché assunte correttamente.

La parola d’ordine, quindi, è ‘educazione’ ed è per questo che la Società Italiana dell’Osteoporosi, del Metabolismo Minerale e delle Malattie dello Scheletro (SIOMMMS) insieme alla Federazione Italiana Osteoporosi e Malattie dello Scheletro (FEDIOS) hanno realizzato una campagna informativa rivolta ai pazienti ma anche ai Media che sono di enorme aiuto in questa azione. Una campagna resa possibile grazie al contributo non condizionante di MSD Italia.

Della campagna e della situazione dell’osteoporosi nel nostro Paese ne parliamo con Giancarlo Isaia, Presidente della SIOMMMS e Direttore di “Geriatria e Malattie Metaboliche dell’osso” dell’Ospedale Molinette della Città della Salute e della Scienza di Torino.

‘Ladra di ossa’ sembra il titolo di un romanzo giallo e, invece, è una patologia presente e molto diffusa nel nostro Paese. Eppure ancora molto trascurata. In Italia l’osteoporosi colpisce circa 5 milioni di persone e di queste l’80 per cento sono donne in post-menopausa1. Ma fanno poco o nulla. Così come poco, o nulla, hanno fatto per evitare di arrivare a questo punto. L’osteoporosi fa poco paura, forse perché non si conosce veramente. In grande sintesi che cosa è l’osteoporosi e cosa fare per prevenirla.
Oltre i 50 anni una donna su tre è affetta da osteoporosi. E questo perché con gli anni, e in particolar modo dopo la menopausa quando si registrano nella donna bassi livelli di estrogeni, le ossa iniziano a perdere calcio e fosforo e lentamente diventano più fragili. Talmente fragili da andare incontro ad una frattura anche in seguito ad un micro trauma. Quando si arriva alle fratture significa che la situazione è veramente compromessa e si parla di osteoporosi severa, una condizione che se non adeguatamente trattata porta all’invalidità e alla morte. Ci sono dei fattori di rischio che evidentemente non si possono controllare: il sesso – le donne hanno un rischio 4 volte maggiore – , l’età avanzata, una storia familiare di fratture da fragilità, l’assunzione di farmaci che danneggiano l’osso ma che a volte sono inevitabili, le malattie reumatiche, le malattie endocrine e così via. Tutti fattori di rischio che non si possono evitare ma che si devono prendere in considerazione. E poi ci sono fattori di rischio evitabili: il fumo, la sedentarietà, la carenza da vitamina D (spesso non basta quel poco che si assume con l’alimentazione e l’esposizione al sole fabbisogno non è sufficiente), una dieta povera di calcio, l’eccessiva magrezza. Ecco, basterebbe che la donna sin da ragazza tenesse a mente tutto questo per arrivare alla menopausa meno ‘fragile’.

Italia, paese del sole nell’immaginario collettivo, in realtà fa registrare un’alta percentuale di persone con carenze di vitamina D, grande alleata nel combattere l’osteoporosi.
E’ vero, nel nostro Paese circa l’80 per cento della popolazione è carente di Vitamina D e ciò determina importanti ricadute sulla diffusione delle malattie dell’osso e sulla mortalità. La vitamina D è un ormone che favorisce l’assorbimento del calcio e la sua fissazione sull’osso, oltre a preservare la forza muscolare. L’esposizione al sole nei mesi estivi aiuta la produzione di vitamina D che viene ‘accantonata’ nel tessuto grasso per venire utilizzata in inverno. Tuttavia con l’avanzare dell’età subentra una difficoltà nella cute a sintetizzare la vitamina D ed è per questo che gli anziani ne sono spesso carenti. L’ipovitaminosi D si verifica perché si segue una dieta meno ricca di grassi animali rispetto ad altri Paesi e perché non si adotta l’aggiunta di Vitamina D negli alimenti, come per legge fanno nel nord Europa. Un po’ come avviene per il selenio aggiunto alle patate o allo iodio aggiunto al sale da cucina. Un aspetto non di poco conto se consideriamo che la vitamina D è co-protagonista nella cura dell’osteoporosi recitando un ruolo fondamentale nell’efficacia dei farmaci, che senza di essa non conseguirebbero risultati importanti. Ma questo non deve indurre nell’errore di credere che la vitamina D, da sola, sia una terapia per l’osteoporosi.

La MOC è un esame utile, che misura il nostro bagaglio di osso. Quando farlo e quando preoccuparsi?
Questa indagine è ritenuta utile nelle donne oltre i 65 anni. Nei maschi e nelle donne di età inferiore l’indagine può essere di utilità solo in presenza di determinati fattori di rischio o condizioni come: menopausa precoce (< 45 anni), magrezza (<57 kg), tabagismo, uso di farmaci osteopenizzanti, condizioni morbose potenzialmente in grado di provocare osteoporosi. Oggi la Mineralometria Ossea Computerizzata a Raggi X con tecnica DXA è l’esame più consigliato per analizzare lo stato della massa ossea in quanto consente di misurare la quantità di minerale presente nella colonna lombare, nella parte alta del femore e nel polso, zone significative per valutare la presenza di osteoporosi. In presenza di una densitometria bassa (livelli inferiori al 25 per cento) è necessario studiare il livello di rischio della donna. Le terapie per l’osteoporosi ci sono e sono efficaci. Eppure se ne parla poco, come se la malattia fosse un ineluttabile ‘acciacco’ della terza età da accettare con rassegnazione.
Prima di parlare di terapia dell’osteoporosi è fondamentale parlare di ‘appropriatezza terapeutica’. Perché le terapie ci sono, e sono anche efficaci. Purché prese correttamente. E purché prese dalle donne che le devono prendere. Un’affermazione che potrebbe sembrare scontata ma che, al contrario, nel nostro Paese non lo è affatto. Se si vedono i dati Aifa sul consumo di farmaci per l’osteoporosi in Italia si scopre che solo il 24 per cento delle donne fratturare o ad alto rischio segue una terapia. E non il cento per cento come sarebbe giusto che fosse. E di questo 24 per cento circa la metà interrompe le cure. Questo significa che ogni 100 donne che devono prendere i farmaci perché sono ad alto rischio solo 12 lo fanno. E poi ci sono le donne trattate ‘occasionalmente’ e cioè per un massimo del 20 per cento di giorni coperti, cosa questa inutile al fine della prevenzione delle fratture.

Perché questa inappropriatezza? La classe medica sta sottovalutando il problema?

Credo che ci siano diverse responsabilità. Innanzitutto dei medici. E questo perché in Italia non esiste lo specialista in osteoporosi. Tutto è demandato all’ortopedico, al medico di base o al ginecologo. Non c’è una figura di riferimento e quindi manca una cultura anche nella classe medica, una sensibilità specifica. E poi ci sono le donne che non vedendo il sintomo trascurano il problema, lo ritengono secondario, poco importante. E così hanno una bassa aderenza alla terapia. Magari la iniziano ma poi la smettono. Fino a quando insorgono le fratture e allora la malattia si affaccia in tutta la sua drammaticità.

Come si può interrompere tutto ciò e fare in modo che le terapie siano adeguatamente prescritte e seguite?
E’ necessario agire su due fronti. Iniziando, ovviamente, dalle protagoniste, e cioè le donne. Qualche segnale incoraggiante c’è perché la donna di oggi è cambiata rispetto alla mamma, ha una maggiore coscienza del problema e si fa vedere più precocemente. La donna in menopausa sa di doversi sottoporre alla densitometria come esame di routine e se i livelli sono bassi deve parlare con il medico di un’eventuale terapia senza demonizzarla. E qui entra in scena il medico che deve prescrivere con appropriatezza il farmaco, perché trae vantaggio dalla terapia la paziente ad alto rischio che non è necessariamente quella con una densitometria bassa. La donna va inquadrata all’interno di una serie di fattori di rischio. Per questo è stato messo a punto l’algoritmo DeFra, proprio per aiutare il medico ad identificare la paziente da trattare. Un algoritmo che permette anche ai soggetti over 50 di fare un test di autodiagnosi sul rischio di andare incontro a fratture. E poi c’è la Nota 79 dove sono chiaramente e dettagliatamente indicati tutti i soggetti che devono essere trattati.

Cosa possono fare i Media per aiutare le donne ad avere maggiore consapevolezza della malattia?
Parlare, parlare, parlare della patologia ma senza messaggi terroristici. Perché le donne devono essere educate e sensibilizzate nei confronti della malattia, devono capire l’importanza della prevenzione e della terapia. Devono prendere coscienza dei rischi. Nelle loro giuste dimensioni. Perché non tutte le donne con una densitometria bassa vanno incontro a complicanze serie, non tutte le donne avranno una qualità di vita compromessa dall’osteoporosi ma tutte le donne devono prendere coscienza che la malattia c’è, è importante, e che , INSIEME, si può fare fare molto di più per prevenirla.




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